Wet market - Il sangue a Wuhan continua a scorrere

Oltre due milioni di contagi e 170mila morti al mondo non fermano i wet market: il sangue, a Wuhan, continua a scorrere.

Tutto iniziava soltanto quattro mesi fa, in un lontanissimo Dicembre 2019, a Wuhan, metropoli cinese capoluogo dello Hubei, a circa 8.600 km dalle nostre case. In uno dei tanti “wet market” della città si perpetravano, come ogni giorno, la vendita e il macello in strada di fauna selvatica, insetti, serpenti, cani, gatti e – ultima moda – scimmie.

Venditori ed acquirenti erano tutti impegnati nella attività di sempre: sgozzare, cuocere, scuoiare. Nessuno poteva prevedere che, di lì a poco, come in un horror dall’effetto Butterly senza precedenti, un virus saltato fuori proprio dall’interscambio uomo-animale, sarebbe divenuto la pandemia globale più contagiosa di sempre, capace, oggi, di coinvolgere oltre due milioni di persone e mietere 170mila vittime, con dati in continuo aggiornamento.

La storia insegna

Eppure sarebbe bastato attingere dalla nostra (recente) memoria storica per avvertire un campanello d’allarme: l’Ebola, la Sars, l’influenza aviaria, la MERS, la stessa Hiv, sono solo alcune tra le malattie generate dal rapporto uomo-animale.

Ma come non possiamo pretendere che i rivenditori cinesi debbano conoscere la natura epidemiologica di queste patologie, allo stesso modo, non possiamo pretendere che abbiano una sensibilità verso gli animali: questi, infatti, in terra asiatica, sono da sempre ritenuti esseri non senzienti, utili per la produzione di cosmetici, abbigliamento, allevamenti intensivi, sperimentazione scientifica etc.

Non è un caso che la Cina, negli ultimi decenni, abbia vissuto uno sviluppo economico e industriale senza precedenti, portandolo di fatto ad essere uno dei Paesi più competitivi al mondo. Qualcuno doveva rimetterci.

Una storia vecchia come l’uomo, si intende, quella delle sopraffazione sugli animali, è chiaro (altrimenti non saremmo oggi la stirpe dominante) ma che nella terra della Grande Muraglia, si tinge di una spietatezza tale da calamitare l’attenzione di istituzioni e associazioni animaliste di tutto il mondo.

A poco è servito, oseremmo dire: la reiterazione del festival della carne di cane di Yulin e le innumerevoli “fattorie” d’estrazione della bile dell’orso (gli orsi della luna ndr.), sono esempi chiari e purtroppo inequivocabili dell’assenza totale di norme igieniche e sensibilità verso gli animali.

Il mercato degli orrori

Ma torniamo a noi. E’ certo che anche l’attuale Covid-19 provenga da un animale: il pipistrello, o forse il pangolino, mammifero con le scaglie attualmente in estinzione ma considerato cibo prelibato per i cinesi. L’Oms non è ancora del tutto sicura su chi sia “il colpevole”, eppure pare indubbio che nei wet market cinesi, dove specie diverse sono a stretto contatto tra loro, la possibilità che questi virus possano saltare da un animale all’altra è altissima.

Insomma, non bisogna essere dei virologi per capire che questi mercati del sangue, se non regolati, vanno chiusi. Ci sono in ballo milioni di vite umane, eppure, ad oggi, le notizie che giungono in Occidente, seppure frammentarie, sono di una riapertura dei mercati degli orrori, così come riporta la CNN riprendendo Xinhua, media statale cinese di riferimento.

Pare infatti che basterebbe misurare la temperatura di clienti e venditori per circolare indisturbati tra le “bancarelle” di animali vivi. Del resto, quello della fauna esotica nei “wet market”, è un giro d’affari da oltre 23 miliardi di dollari che coinvolge 6,3 milioni di persone: difficile che un Paese così attento al ‘business’ possa rinunciarvi.

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