Le responsabilità dell'uomo nella pandemia-Coronavirus

Il Coronavirus è il prodotto di una zoonosi. Significa che è stato trasmesso all’uomo da un animale selvatico in cui il microrganismo albergava senza arrecare fastidio alcuno.

Il fatto che negli ultimi venti anni questa sia l’ennesima allerta pandemica causata da zoonosi non dipende assolutamente dal caso.

Piuttosto, è il risultato dell’azione dell’uomo: ecco come e perchè i nostri comportamenti, diretti o indiretti, hanno favorito il proliferare di zoonosi.

 

Deforestazione

L’abbattimento delle foreste è una delle principali cause delle zoonosi poichè riduce gli spazi vitali a disposizione degli animali selvatici.

Non potendo più disporre del loro habitat naturale, senza la possibilità di sostenersi in autonomia come un tempo, gli animali selvatici sono costretti a ridurre le distanze nei confronti degli uomini.

Un esempio sono i macachi reso, portatori del temibile Herpes-B che per fortuna è riuscito a compiere il passaggio dall’animale all’uomo in singoli, sporadici, casi: quando l’ha fatto ha palesato tutta la sua pericolosità, con un tasso di mortalità del 70% poi attestatosi sul 50%. Da Bali al Nepal, oggi i macachi reso si sfamano rovistando tra i rifiuti nelle periferie delle città, o grazie ai turisti in visita nei templi induisti e buddisti in cui si aggirano costantemente.

Questa promiscuità ovviamente ha un prezzo. Nel momento in cui aumentano i contatti diretti con gli animali selvatici, potenzialmente aumenta anche l’esposizione ai microrganismi che essi ospitano.

 

Allevamenti intensivi e attività agroindustriale

Le zoonosi sono anche favorite dagli allevamenti intensivi che stipano un elevatissimo numero di animali in spazi angusti. Se un virus esplode non incontra freni nel propagarsi a tutta la popolazione. Le possibilità che si verifichi la trasmissione all’uomo, quindi, aumentano di conseguenza.

In questo senso, per il momento, possiamo dire di averla scampata bella prima con l’H7N9 e poi con l’H5N1. Il primo virus uccide un terzo della popolazione infettata mentre il secondo è ancora più letale. Entrambi hanno fatto il salto all’uomo dai polli, per fortuna, in casi isolati. Almeno finora. E’ logico che se i metodi di allevamento non cambieranno, lo scoppio di una nuova epidemia è uno scenario certo, per il quale manca solo di sapere il ‘quando’.

 

Emissioni di PM10

La correlazione tra l’epidemia del coronavirus e le polveri sottili nell’aria era stata ipotizzata a inizio marzo, quando alcuni studi si erano focalizzati sui tassi di inquinamento delle due zone rosse, tra i più elevati dei rispettivi continenti.

Adesso quelle ipotesi hanno acquisito solidità scientifica. Studi separati di diverse Università hanno stabilito che il PM10, la molecola delle polveri sottili, si conglomera al virus permettendogli di percorrere distanze nell’aria che altrimenti non sarebbero alla sua portata.

Per non parlare dell’aumento di letalità del coronavirus nei soggetti esposti costantemente a PM10, come purtroppo abbiamo visto in Lombardia, dove il tasso di letalità da COVID-19 è il più alto del Mondo anche per causa delle polveri sottili, secondo quanto stabilito dalla comunità scientifica.

 

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