Il punto sulla sperimentazione dei farmaci contro il Covid-19

A un mese abbondante dal lockdown stabilito dal governo per arginare la pandemia di Covid-19, i risultati sembrano essere confortanti.

La curva comincia ad appiattirsi, calano i ricoverati e soprattutto il numero di pazienti in terapia intensiva anche se la strada del ritorno alla normalità sembra essere ancora in salita.

Il motivo principale? Si sta cercando di arginare un problema al quale non si è ancora trovata una soluzione.

Da quando in Cina sono comparsi i primi casi, fino ad arrivare ai giorni nostri, sono state tentate le vie più disparate per capire in che modo sconfiggere il Covid-19.

Dai farmaci contro l’artrite alle cure riservate ai pazienti affetti da HIV, da quelli anti ebola agli anti malarici, la lista è lunga e le sperimentazioni continuano senza sosta.

Perché si muore di Covid-19?

Se la logica non è qualcosa di opinabile la ricerca del “farmaco miracoloso” dovrebbe essere una conseguenza dell’eventuale comprensione delle cause che portano i pazienti al decesso.

Di recente si sta avanzando l’ipotesi che non sia la polmonite interstiziale a causare la morte, quanto piuttosto le microtrombosi venose formatesi a seguito dell’infiammazione.

I primi accenni su questa ipotesi hanno cominciato a circolare via Facebook, quando il ricercatore e professore aggregato presso il Dipartimento organi di senso della Sapienza di Roma, Giampiero Covelli, pubblicava una testimonianza proveniente da un collega cardiologo di Pavia:

Insomma, anche se non vi è nulla di ufficiale con passare dei giorni vengono avanzate nuove ipotesi nella speranza di capire a fondo in che modo intervenire.

E’ notizia di ieri, 14 marzo, che l’Aifa ha dato il via alla sperimentazione dell’eparina, un anticoagulante che andrebbe a tutti gli effetti a contrastare la formazione dei trombi.

Un altra notizia confortante arriva dall’Ansa e si basa sull’analisi di oltre 1.100 sequenze genetiche provenienti da America, Cina ed Europa: il virus presenta poche mutazioni e questo rende più semplice trovare farmaci e vaccini adeguati.

I tentativi precedenti

La corsa disperata alla soluzione che potesse riportare tutto alla normalità ha dato origine, come prevedibile, a una serie di proclami più o meno fondati sull’efficacia dei farmaci nella cura al Covid-19.

I farmaci anti artrite

I primi risultati sembravano provenire proprio da questa tipologia di farmaci.

I primi due a cui è stato somministrato il Tocilzumab – farmaco anti artrite – presso il reparto di terapia intensiva del Cotugno di Napoli, hanno risposto positivamente e nel giro di qualche giorno l’infiammazione è stata effettivamente ridotta.

Lungi però dall’essere vicini a una cura vera e propria, perché oltre ad attenuare i sintomi non sono arrivate altre novità positive da questa prima sperimentazione

I farmaci anti HIV

Un’altra strada è stata tentata con la combinazione dei farmaci Lopinavir/Ritonavir, utilizzati per i malati di HIV.

La ragione di questo tentativo risiedeva nel successo che il Lopinavir aveva riscontrato in passato nella cura contro l’epidemia della SARS.

Dopo uno studio cinese effettuato su 199 pazienti positivi al Covid-19 però, di cui 100 trattati con i suddetti farmaci e i restanti 99 con i metodi tradizionali, non sono emersi benefici tangibili a seguito del trattamento che è stato quindi bocciato.

I farmaci antiparassitari

Il progetto è ancora in fase di sperimentazione, grazie agli studi condotti dalla Monash University di Melbourne in collaborazione con il Doherty Institute, e gli occhi sono puntati sull’Ivermectina, una medicina utilizzata per trattare malattie come dengue e zika.

Secondo i primi risultati l’Ivermectina dovrebbe essere in grado di eliminare la carica virale del coronavirus nel giro di 48 ore, anche se è prematuro parlarne dato che si tratta di studi preclinici e in provetta.

La soluzione giapponese

La notizia è esplosa grazie al video, diventato virale, pubblicato dal farmacista romano Cristiano Aresu.

Si tratta dell’Avigan (favipraviv), un farmaco antivirale giapponese che, in fase di sperimentazione, ha dato risultati incoraggianti tanto che l’Aifa ne ha ufficialmente avviato i test clinici presso quattro grosse strutture ospedaliere nazionali.

Il progetto Solidarity

Lo scorso 20 marzo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dato il via a Solidarity, un progetto su scala globale per verificare l’efficacia dei farmaci testati per curare le infezioni respiratorie causate dal Covid-19.

La sperimentazione si è concentra soltanto su alcuni dei farmaci esistenti:

  • remdesivir – un farmaco antivirale sperimentale
  • clorachina e idrossiclorachina – composti antimalarici
  • lopinavir/ritonavir (più eventualmente interferone beta) – combinazione usata per i malati di HIV

Sebbene il responso cinese sull’efficacia della combinazione lopinavir/ritonavir sia stato negativo, l’OMS ha stabilito la necessità di proseguire la sperimentazione su un campione maggiore di pazienti.

Come su un articolo estrapolato dal numero 1351 di Science e pubblicato su www.internazionale.it, ecco le linee guida per aderire al progtto:

Quando una persona positiva al Covid-19 è ritenuta idonea, il medico curante può inserire i suoi dati clinici in un sito gestito dall’Oms, specificando qualsiasi patologia pre-esistente che potrebbe alterare il corso della malattia, come il diabete o l’hiv.

A quel punto il paziente deve firmare una liberatoria, che successivamente è inviata all’Oms. Dopo che il medico comunica l’elenco dei farmaci disponibili in ospedale, il sito assegna al paziente una delle terapie disponibili o la terapia standard locale per il Covid-19.

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